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REINHOLD MESSNER: IN MONTAGNA NON C’È NULLA DA CONQUISTARE

Per molti è il più grande alpinista di tutti i tempi, una sorta di uomo senza limiti e una star dell’estremo: tuttavia è proprio parlando di limiti che Reinhold Messner racconta la sua montagna più vera, quella che gli ha insegnato di più.

Messner è stato il primo, nel mondo, a scalare tutte e quattordici le vette oltre gli 8000 metri e il primo a scalare fino a quell’altezza senza ossigeno.

È stato un grande himalaista: nel 1980 scala l’Everest in solitaria, mentre due anni prima era arrivato in cima senza ossigeno, insieme a Peter Habeler. Tra le sue imprese, si annoverano anche le traversate di Antartide e Groenlandia senza il supporto di mezzi a motore né cani da slitta e la traversata del Deserto dei Gobi. Però, ascoltando le sue interviste e leggendo i suoi libri, è evidente come i panni del supereroe non gli appartengono.

Messner conosce la montagna, nella sua bellezza e nella sua brutalità: “Il singolo ha una legge dentro di sé che lo costringe a sopravvivere. Quello che fanno i terroristi islamici è una porcheria non solo perché uccide. Ma soprattutto perché è qualcosa che non si può fare se non andando contro di sé, uscendo dalla propria natura umana. È prima di tutto un attentato contro sé stessi. L’ho imparato in montagna: quando ti trovi in una situazione senza via d’uscita, solo quando ti rendi conto che è finita definitivamente ti lasci cadere nell’infinito. È una sensazione interessante. L’ho vissuta nel 1970 sul Nanga Parbat, quando ho perso mio fratello Günther”.

C’è un profondo rispetto, una sorta di religiosità, nel modo in cui Messner, oggi settantenne, ha scelto di tramandare, soprattutto ai più giovani, la sua esperienza: la montagna diviene così un luogo d’incontro, che non può lasciare indifferenti, dove predomina la “legge divina della natura” e dove è fondamentale regredire, tenere un passo lento, tornare alla stasi e poi muoversi.

In montagna, ha detto Messner più volte, non c’è nulla da conquistare, ma solo da lasciarsi conquistare: “C’è una parola che non mi è mai piaciuta. Una parola tedesca, marziale, che i tedeschi usano quando arrivano in vetta. È una parola che usarono anche in seguito, durante il Terzo Reicht. Berg heil, che significa più o meno “conquistato”, “preso”. Io mi sono sempre rifiutato di usarla, e fino ad un certo punto semplicemente non dicevo nulla”.

Di questo pensiero noi non possiamo che fare tesoro, continuando a scoprire i luoghi che scegliamo di vivere nel solco degli insegnamenti di Reinhold Messner: abitare e condividere la montagna sapendo che appartiene solo a se stessa, secondo criteri di rispetto e meraviglia.

REINHOLD MESSNER: IN THE MOUNTAINS, THERE IS NOTHING TO CONQUER

For many people he has been the greatest mountaineer in the word, a limitless man and a star of extreme: however, it is when talking about limits that Reinhold Messner tells his most authentic mountain experience, the one that taught him the most.

Messner was the first one in the world to climb all the fourteen peaks over 8000 meters and the first to climb without supplementary oxygen.

He has been a great himalayst: in 1980, he made the first solo ascend of Mount Everest and two years earlier he had reached the summit without supplementary oxygen, along with Peter Habeler. Among his successes, he was also the first person to cross Antarctica and Greenland with neither snowmobiles nor dog sleds; furthermore, he crossed the Gobi Desert alone. Nevertheless, listening to his interviews and reading his books, this superhero’s disguise does not fit with his personality.

Messner knows the mountain, its beauty and brutality: “The individual has a law within himself that forces him to survive. What Islamic terrorists do is a piece of crap not just because it kills. But above all because it is something that cannot be done except by going against oneself, getting out of one’s own human nature. It is, first of all, an attack against themselves. I learned it in the mountains: when you find yourself in a situation with no way out, only when you realize that it is definitely over, you let yourself fall into infinity. It is an interesting feeling. I lived this in 1970 on Nanga Parbat, when I lost my brother Günther”.

There is a deep respect, a sort of religiosity, in the way in which Messner, now seventy years old, has chosen to pass on his experience, especially to the youngest: the mountain becomes a meeting place, which cannot leave indifferent, where the “divine law of nature” predominates and where it is fundamental to regress, keep a slow pace, go back to stasis and then move.

In the mountains, Messner said several times, there is nothing to be conquered, but only to be won over: “There is a word that I never liked. A German word, martial, which the Germans use when they reach the summit. It is a word that they also used later, during the Third Reich. Berg heil, which means more or less “conquered”, “taken”. I have always refused to use it, and up to a certain point I simply did not say anything “.

Of this thought we cannot but treasure, continuing to discover the places we choose to live in the wake of the teachings of Reinhold Messner: inhabit and share the mountain knowing that it belongs only to itself, according to criteria of respect and wonder.