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WALTER BONATTI: UN UOMO È QUELLO CHE VUOLE ESSERE

Da appassionati di montagna, in quest’epoca che forse ha reso più complesso e conflittuale il nostro rapporto con la natura, sentiamo spesso il bisogno di rallentare. Appena il passo si fa meno rapido, guardarsi attorno e godere di quel che ci circonda diventa più semplice e immediato.

E quando fare questo è arduo, esiste la memoria e gli esempi di chi ci ha preceduto.

Una delle figure più intense a cui far riferimento in tal senso è sicuramente Walter Bonatti, alpinista, esploratore, giornalista e scrittore italiano, soprannominato “il re delle Alpi”.

Bonatti, scomparso nel 2011, è stato uno dei personaggi più eminenti dell’alpinismo mondiale, nonché inviato esploratore in molte regioni impervie del mondo e autore di numerosi libri e reportage. Tra le sue imprese più celebri si ricordano la conquista del K2 nel 1954, la scalata del Petit Dru nel 1955 e le spedizioni in Patagonia, nelle Ande e nel Karakorum; da esploratore, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Walter Bonatti scrisse da praticamente tutto il mondo: Australia, Canada, Alaska, Uganda, Tanzania, Sudamerica, Antartide e molti altri luoghi.

Negli ultimi anni della sua vita, molte interviste lo descrivono come un uomo dai capelli bianchi e un corpo e una mente sempre atletici. Un uomo che cercava la calma e il tempo per dedicarsi alla propria famiglia, al giardino di casa, alle risposte alle migliaia di lettere di fan da tutto il mondo. Diceva, Bonatti che “ (…) da ragazzo quando vedevo qualcuno con i capelli bianchi pensavo: ecco, è finita, sta scivolando fuori dalla vita. C’ era un alpinista, un caro amico, Silvio Colombo, con la testa bianca, pensavo fosse stravecchio. Ora capisco che il colore dei capelli è un segno, ma che non dice tutto. Per l’ intensità di quello che ho vissuto mi sento duecento anni, ma per la voglia e la curiosità che ho, me ne sento quaranta. Tante cose sono andate storte nella mia esistenza, ma la mia coerenza è rimasta dritta. E sono stato anche fortunato, perché non sono mai venuto a patti con quello che non mi piaceva. Ho pagato il prezzo, ma il non vendersi fa stare molto bene. Da giovani e da vecchi”.

Parole che restano impresse nel cuore, parole che invitano alla coerenza verso se stessi, da cui nasce il rispetto verso l’altro: molto spesso, Bonatti raccontava di come i suoi maestri letterari erano stati Hemingway, Jack London, Defoe, Melville, che avevano popolato il suo immaginario di avventure. Ma l’avventura più grande è stata cercare il contatto più autentico con la natura, attraverso la solitudine: di questa, Bonatti ha detto che è “angosciosa, ma è un percorso, acutizza le sensibilità, ti forza a cercare in te stesso la soluzione”. Perché nella solitudine “devi essere onesto, guadagnarti i tuoi saperi, costruirti con la prudenza e l’ esperienza. Lasciate il cellulare a casa e andate nel bosco. Io non avevo nulla, ho fatto il giramondo per proseguire l’ alpinismo, psicologicamente è stata un’ esperienza di vita. Ho cercato le risposte, non credo alla fortuna, un uomo è quello che vuole essere”.

Esiste insegnamento più grande? Noi crediamo di no.

WALTER BONATTI: A MAN IS THE ONE WHO WANTS TO BE
From mountain lovers, in this age that has perhaps made our relationship with nature more complex and difficult, we often feel the need to slow down. As soon as the step is slower, looking around and enjoying what surrounds us becomes easier and more immediate.

And when doing this is difficult, there is the memory and the examples of those who preceded us.

One of the most intense figures to refer to in this sense is surely Walter Bonatti, Italian alpinist, explorer, journalist and writer, nicknamed “the king of the Alps”.

Bonatti, who died in 2011, was one of the most eminent figures in world mountaineering, and sent explorer in many impervious regions of the world and author of numerous books and reports. Among his most famous achievements there are the conquest of K2 in 1954, the climb of the Petit Dru in 1955 and shipments to Patagonia, the Andes and Karakorum; as an explorer, between the 1960s and the 1980s, Walter Bonatti wrote from the whole world: Australia, Canada, Alaska, Uganda, Tanzania, South America, Antarctica and many other places.

In the last years of his life, many interviews describe him as a white-haired man and an athletic body and mind. A man who was looking for calm and time to devote himself to his family, to his backyard, to the answers to thousands of letters from fans all over the world. He said, Bonatti that “(…) when I was a boy when I saw someone with white hair I thought: here, it’s over, it’s slipping out of life. There was a mountaineer, a dear friend, Silvio Colombo, with a white head, I thought it was very old. Now I understand that the colour of the hair is a sign, but that does not say everything. For the intensity of what I experienced I feel two hundred years, but for the desire and the curiosity I have, I feel forty. So many things went wrong in my life, but my consistency remained straight. And I was also lucky, because I never came to terms with what I did not like. I paid the price, but not selling is very good. As young and old”.

Words that remain etched in the heart, words that invite coherence to themselves, from which respect towards the other is born: very often, Bonatti told how his literary masters were Hemingway, Jack London, Defoe, Melville, who had populated his imaginary of adventures. But the greatest adventure was looking for the most authentic contact with nature, through loneliness: Bonatti said that this is “anguished, but it is a path, sharpens the sensitivities, forces you to find the solution in yourself”. Because in solitude “you must be honest, earn your knowledge, build yourself with prudence and experience. Leave the phone at home and go to the woods. I had nothing, I travelled globetrotting to continue mountaineering, psychologically it was a life experience. I searched for the answers, I do not believe in luck, a man is what he wants to be “.

Is there greater teaching? We believe no.